#134, i capelli di Juliette Lewis.
Posted by Alli | Filed under certe amicizie, dal parterre allo stage, musica in vena
“Oddio dove quando? Ho già pronte le piume”, era la prima parte di un sms del 22 luglio.
Ginocchiere, calze viola, hot pants di pailettes, giacca con le piume, troppe cose tutte insieme per un essere umano normale ma non per lei, per la nostra Juliette Lewis, che suona un’ora e qualcosa e sembra che suoni da molto di più. Suona da tutti i mesi infatti che abbiamo deciso che saremmo state le principali invitate della sua festa. Io te e il tipo alto con il codino così brutto che decide di pogarmi sul piede, io te e il tipo dietro di me che per tutto il tempo mi dice nell’orecchio “ti voglio leccare” lasciandomi il dubbio se stia dicendo a me o a Juliette, io te il tuo vestito bianco e i miei calzettoni, io te insomma, io te e il tipo di Rocktv che ci insegue.
Io da grande voglio essere come Juliette Lewis. Vorrei soprattutto avere una bassista nipponica, visto che sembra tanto di moda (facciamo insieme l’elenco delle band che ce l’hanno), poter ammiccare al chitarrista alla mia destra, e dire al pubblico di urlare “oh” sicura che loro urleranno “oh”. Sarebbe bello funzionasse anche nella vita vera. L’avere sempre risposta certa, dico.
Il concerto finisce in fretta perché i Magazzini alle 11 hanno da programmare la house e ciao a tutti, come il capodanno di Fantozzi. Lei urla al microfono improvvisamente timida “guys, see you in 2010″. Mandaci un pvt Juliette e noi verremo, puoi contarci.
“Promettiamoci che quando saremo in 4 ci vorremo ancora bene così”, dicevi nello stesso sms. C’è da dire che le cose che mi ricordo sempre di più dei concerti sono il pre e il dopo, i commenti dopo mentre camminiamo a passo velocissimo pure sui tacchi – il nostro passo di marcia elevata – , a qualche fermata di tram sconosciuta, visto che siamo volenti o nolenti le ragazze immagine del radiobus. Non lo faccio apposta ad addormentarmi prima di te, a lamentarmi sempre dei miei stessi limiti. Mi gira la testa se penso a tutte le cose che abbiamo fatto insieme e tutte quelle ancora da fare.
#133, a/r.
Posted by Alli | Filed under dal parterre allo stage
Avrei voluto fare un post pastone di tutte le cose che ho pensato da quando ho smesso di scrivere, cioè fino a oggi. Perché io ho smesso di scrivere, di scrivere davvero dico, infatti la mia tastiera è arrugginita i tasti si schiacciano male e dissemino di refusi ogni chattata e ogni mail e mi si consuma la punta delle unghie del colore di smalto perfetto che ho addosso. Ho sempre quello adesso. Lo tolgo lo metto e le mie mani sembrano più bianche ed è verdone scurissimo.
Ascolto sempre sempre lo stesso disco. Lo dico a tutti. Non mi preoccupo di rischiare di diventare noiosa, il vero motivo per cui lo ascolto è che non mi ricorda nessuno se non l’esecuzione live del disco stesso. Ed è come quando ho trovato quegli sfigati di Oxford. Non c’era nessun intruso tra un accordo e l’altro.
Sono indietro con le recensioni dei concerti, non faccio i compiti, mi passa sopra un’adolescenza intera in una settimana e non è un bell’effetto, visto che ogni adolescenza coincide con la guerra e anche la mia non ne è stata risparmiata e torno a casa dopo il concerto dei Green Day e degli Skunk Anansie con l’ansia da “oddio sono già le undici mia madre si incazza”.
Mi sono ricordata così della volta in cui ho tinto i capelli alle 7 del mattino, della porta chiusa male, dei vocabolari inutili e delle milioni di volte in cui ho pensato nessuno mi capisce odio tutti, ma odiavo tutti davvero.
Da che parte stai guardando? Non lo capisco mai.
#132, i miei tacchi fanno un rumore strano.
Posted by Alli | Filed under dis-avventure
I timbrini sulle mie mani si affollano e non si scoloriscono mai abbastanza, cosicché diventa tutto una grossa macchia di inchiostro senza bordi né idea. Forse potrei tentare di entrare in ogni locale di Milano e nessuno potrebbe dire “beh in effetti non è il nostro timbrino”. Quanti pensieri intelligenti mentre aspetto il tram all’una meno a quarto di un giorno qualsiasi della settimana a sentire un gruppo di cui poi si finisce sempre per sentire solo due canzoni e per il resto del tempo si parla di altro, urlando neanche il nostro dialogo fosse un pezzo hardcore. Rispondete a questo cazzo di telefono che continua a suonare, che mi impedisce di riprendere sonno, ma forse il telefono non c’è ed è solo nella mia testa, come un sacco di altri blabla e come le mie obbligatorie due ore di insonnia. Mi sono fatta male a un piede ma non so come sia successo.
Sotto il mio ufficio tagliano tutto ciò che è tagliabile agli alberi e poi passano con camioncini a raccogliere gli avanzi. Ciò vorrà dire che quando mi affaccerò per fumare la sigaretta delle quattordici potrò rivedere tanti piccoli buffi omini che qui dal sesto piano sembrano tutti tascabili e meno minacciosi di quanto siano gli uomini in generale (vorrei delle lenti che me li facessero vedere sempre così) li osserverò correre verso il tram e mancare i gradini per poco. Ah, dai, allora non succede solo a me di sembrare così goffa.
Il biondo del piano di sotto attacca bottone in ascensore come al solito, non abbasso il volume della mia musica per sentire quali delle cinque battute che dispone sta recitando stamattina, poi mi chiede “tu hai l’aria di una che vive con la musica in testa sempre”, mi scosto il ciuffo dagli occhi e dico eh già e sorrido. Il biondo penserà che sto sorridendo per lui e invece è per il testo di quello che sto ascoltando.












